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Anteprima "Il viaggio incantato di Alberto Caeiro", leggi il capitolo introduttivo

Per gentile concessione dell'autore, ecco la parte introduttiva dell'ultimo romanzo di Accursio Soldano. Se dovesse piacervi, è possibile acquistare l'e-book su Amazon a meno di tre euro

di Accursio Soldano - 25/01/2017

A realidade toda, com o cèu e o ar e os campos que existem, estão presentes.

Voglio chiarire subito a beneficio di chi leggerà queste pagine che la mia presenza in questa vicenda è del tutto irrilevante. Il mio compito infatti è solo quello di testimone degli eventi che leggerete in queste pagine. Posso solo dirvi, per soddisfare la vostra curiosità, che di professione faccio il musicista. O meglio, ad essere sinceri il mio mestiere è quello di cantastorie e per fare questo non c’è bisogno che la gente sappia il mio nome. Sono uno sconosciuto quando arrivo in un paese, un cantastorie per chi mi sta ad ascoltare e torno ad essere uno sconosciuto alla fine dello spettacolo.

Canto cose di altri, storie che mi raccontano i vecchi contadini o ascoltate in qualche osteria davanti un buon bicchiere di vino, le metto in musica e me ne vado in giro per paesi e città. Srotolo il mio cartellone fatto di caselle e disegni colorati, mi siedo al centro della piazza, prendo la chitarra e inizio lo spettacolo. Poi, quando la musica finisce e la gente è andata via riprendo il mio viaggio alla ricerca di vecchie leggende, di favole e racconti a me sconosciuti.

Mi sono dato la definizione di archeologo dell’esistenza perché in ogni storia che mi raccontano, sia essa lieta o tragica, c’è sempre un pizzico di verità e c’è sempre un pezzo di vita di chi me l’ha raccontata. Perché in fondo, ricordare è quell’esercizio che permette all’essere umano di combattere il tempo che passa.

Mi considero un musicista senza spartito, un recitatore di poesie. Questo è il mio mestiere. E mi diverto!

Quando sto al centro della piazza con la gente attorno che ascolta le mie storie e butta (bontà loro) qualche spicciolo dentro il cappello mi sento come quel minuscolo omino seduto al centro della stanza descritto in una poesia di Angelo Ripellino. Solo che lui, l’omino intendo, il cappello ce l’ha in testa, io il mio lo metto in piazza sperando di trovarci il necessario per mangiare. Non l’ho mai conosciuto Ripellino, ma da quel che ho imparato leggendo i suoi versi vi posso assicurare che adesso lui e Rabbi Nachnam se ne stanno seduti insieme a Dio. Angelo legge le sue poesie, Rabbi, seduto su una vecchia sedia impagliata ripassa le sue favole e Dio mangia fragole di NemiPer essere un recitatore di poesie è necessario conoscere i poeti!

Con il mio lavoro ho viaggiato in lungo e in largo per  l’Italia, la Spagna e la Francia, ho visitato il Portogallo, Malta e le isole del mediterraneo ma raccontare tutti i viaggi, i paesi che ho visitato e la gente che ho conosciuto sarebbe adesso non solo impresa ardua ma soprattutto, nel contesto di questa storia, inutile.

Sono sicuro che il mio viaggiare finirà solo quando l’età e la stanchezza non mi consentiranno più di muovermi o quando l’oggetto del mio desiderio la smetterà di essere perennemente assente ed avrò trovato quello che cerco. Anche se, a dir la verità, ancora oggi non so se quello che inseguo esiste fuori o dentro di me.

Viaggiando e incontrando gente ho imparato una cosa: se voglio conoscere una nuova storia devo fermarmi nei piccoli paesi, perché lì posso incontrare le donne sedute davanti l’uscio di casa ad aspettare i mariti che rientrano dal lavoro (e loro qualcosa da raccontare ce l’hanno sempre!) oppure infilarmi dentro una taverna piena del fumo di puzzolenti sigari e chiacchierare con i vecchi davanti un buon bicchiere di vino rosso. Quelli che abitano nelle città non mi interessano perché non hanno la stessa capacità di ricordare, vanno troppo veloci, dimenticano in fretta e il loro orizzonte è limitato dalla finestra del palazzo di fronte. Il più delle volte chiusa.

Al contrario dei paesani, la gente di città soffre di solitudine e fa passare i giorni sperando che il mattino non porti nessuna novità. Loro non lo sanno, ma per potere uscire da questa vita senza variazioni accettabili, monotona come una sola nota sul pentagramma e inutile come certe croste spacciate per arte, dovrebbero entrare a far parte della congregazione degli Orbi, imparare a memoria le novene e pregare giorno e notte l’Immacolata Concezione.

Ma la storia che leggerete (se avrete la bontà di arrivare fino alla fine) non mi è stata raccontata da un vecchio contadino né l’ho mai ascoltata da un vecchio rincitrullito da vino e sigarette e posso assicurarvi che tutto ciò di cui verrete a conoscenza è realmente accaduto. Perché questo è il diario che ho scritto su incarico del mio amico Alberto Caeiro da Silva e documenta (se questo scritto può essere elevato al rango di documento) il viaggio che anni addietro facemmo in Sicilia. O almeno così credo!

Conobbi Alberto Caeiro e tutta la sua stravagante compagnia di amici composta da Fernando Pessoa, Mario de Sa-Carneiro, Ricardo Reis, Accursio Urban e tanti altri di cui non ricordo più i nomi durante uno dei miei viaggi in Portogallo. Io li definivo una strampalata combriccola di poeti ma fra di loro c’erano anche scrittori, giornalisti, aspiranti teatranti e qualche volta anche musicisti che potevo trovare seduti al cafè A Brasileira al numero 120 della Rua Garrett di Lisbona. Se ne stavano lì, ore ed ore a chiacchierare, a bere e dissertare su John Keats ad analizzare i libri di Oscar Wilde o commentare le poesie Rimbaud, a parlare di modernismo, di simboli e altre diavolerie letterarie di cui, in verità, non ci capivo niente. Ma era bello starli ad ascoltare.

Facemmo subito amicizia perché in fondo, sia io che loro, avevamo sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Così come era piacevole ascoltare Antonio Telles, il proprietario del cafè quando si vantava di essere l’unico a Lisbona e uno dei pochi in tutto il Portogallo a vendere il vero e unico caffè brasiliano proveniente (asseriva lui) direttamente da Minas Gerais. Ovviamente, per Antonio Telles tutta la merce che si trovava nel suo locale era la migliore sul mercato e oltre al miglior caffè, non perdeva occasione per magnificare il suo olio, la farina (che spacciava per la più genuina del paese) e le spezie che arrivavano da chissà quale parte dell’Oriente.

E mentre ci raccontava le sue avventure amorose (vere o presunte che fossero) con avvenenti donne brasiliane guardava la sua faccia riflessa nei grandi specchi che adornavano le pareti quasi a cercare un segno di approvazione.

Noi preferivamo (se il tempo lo permetteva) sederci all'esterno attorno ad uno dei tavolini esagonali che guardano verso Largo do Chiado e ordinare il nostro caffè accompagnato da una buona dose di pastèis de nata. Ci piaceva di gran lunga starcene seduti sotto il sole di Lisbona anche perché quegli specchi che Telles aveva appeso un po’ dappertutto ci davano la sgradevole sensazione di essere spiati. Sembrava che volessero analizzare come ognuno di noi sorseggiava il suo caffè e se il gusto cambiasse a seconda del racconto amoroso che il padrone del bar ci propinava.

Oltre a vantarsi di essere l’unico in tutta Lisbona a servire il caffè di Minas Gerais, il nostro amico non perdeva occasione per decantare i vari tipi di espresso lusitano che riusciva a preparare. E siccome la sua elencazione di sapori era molto convincente, ognuno di noi, almeno una volta nella vita aveva assaggiato tutte le varianti proposte dal menù per poi decidere quale tipo di caffè abbinare a quelle croccanti paste sfoglia ripiene di morbida crema.

Alberto Caeiro era solito ordinare un bica che, a dir l’onesta verità trovavo abbastanza forte sia nel gusto che nell’odore (e anche troppo zuccherato). E non era solo una mia opinione. Seppi (molto tempo dopo) che anche lo stesso Telles ebbe problemi a vendere quel tipo di caffè ed a farlo apprezzare ai suoi concittadini al punto che decise di regalare una tazzina di bica ad ogni cliente che comprava un chilo di caffè macinato.

Io preferivo una meia de leite al contrario di Fernando Pessoa che era solito ordinare una carioca de cafè e (se non ricordo male) Ricardo Reis era solito bere un galão escuro.

Insomma, ognuno di noi, per la felicità di Antonio Telles che poteva servire in un sol tavolo tutta la produzione, aveva il suo caffè preferito. Così come il suo scrittore preferito e la poesia che preferiva recitare: era una questione di gusto!

Ma torniamo alla nostra storia.

Caeiro mi chiese di accompagnarlo in questa sua avventura e di prendere appunti su tutto, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto affinché io, in futuro, potessi giurare o meglio ancora documentare che quel viaggio l’aveva fatto davvero. Mi chiese anche (se ne avessi avuto la possibilità) di trovare un editore e far pubblicare il diario.

«Ma se non troverai nessuno disposto a stampare queste memorie siediti su una panchina della Terreiro do Paçoe racconta la mia storia ai passanti così come si raccontano le fiabe ai bambini la sera prima di dormire».

 La richiesta di andare insieme in Sicilia mi parve alquanto strana perché da quando lo conoscevo (per quel poco che potevo sapere) non si era mai mosso da Lisbona e a parte qualche serata in compagnia dei soliti amici al solito bar, raramente usciva da casa. Abitava in campagna, a Ribatejo in compagnia di una vecchia zia (alla quale, devo ammetterlo, era molto affezionato) che aveva la fissazione per i merletti, una devozione sfrenata per la Madonna e tanta nostalgia per il Re.

E così, una sera di luglio mentre stavamo passeggiando sull’Avenida da Liberdade gli chiesi il motivo di questa sua improvvisa necessità di viaggiare.

Mi guardò e sorrise. Un sorriso malinconico.

«Amico mio» disse «di me conosco solo due date, quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutto quello che c'è in mezzo mi è sconosciuto e malgrado mi sforzi non riesco a ricordare niente di me. A volte mi sembra di non esistere. Ho come la sensazione che la mente mi faccia brutti scherzi e mi cancelli dai cassetti della memoria le giornate che vivo. Non ho ricordi tristi, non mi vengono in mente giornate in allegria, non ricordo se ho mai avuto una donna e se qualcuna mi ha amato non rammento più il suo nome. Beh, prima di morire mi piacerebbe sapere qualcosa del mio passato. Ed ho bisogno di qualcuno che lo ricordi per me»

«Perché dici questo?» chiesi

«Perché sono malato, molto malato e non mi resta molto tempo da vivere»

«Non scherzare» risposi abbozzando un sorriso «hai ancora una lunga vita davanti, non dire così!»

«Mi sto spegnendo lentamente amico mio. Ho la tubercolosi e il mio tempo in questo mondo sta per scadere. Mi accompagnerai?»

Non potei rifiutare.

Per alcuni motivi: primo perché Alberto Caeiro era un mio amico poi perché l’idea di viaggiare nella terra di Cagliostro e amata da Goethe mi eccitava. Ma soprattutto perché in quegli anni, da quando era stato spodestato il giovane Manuele II, la situazione in Portogallo era abbastanza caotica, i repubblicani si facevano la guerra fra di loro, ad ogni luna nuova cambiavano presidente e non era salutare soggiornare per lungo tempo a Lisbona.

Specialmente se eri cattolico.

«Morire di tubercolosi a ventisei anni non è proprio una bella fine» mi disse «ma visto che questo è il destino che mi è stato concesso, vorrei avere qualcosa da raccontare alla morte quando verrà a trovarmi, così magari perderà un po’ del suo tempo ad ascoltarmi. Sperando che ne abbia voglia. Ma voglio fare questo viaggio e tu dovrai accompagnarmi e scrivere. Sarai i miei ricordi»

Tolsi le mani dalla tasca e mi alzai il colletto della giacca perché il venticello che arrivava dall’oceano era fastidioso.

«Non preoccuparti» disse sorridendo «non voglio una lapide sotto la finestra di una stanza in affitto di qualche sperduto paesino, quindi non staremo via molto tempo. E poi, magari questo viaggio potrà esserti utile per trovare nuove storie»

Aveva un tono di voce triste e lo era anche la sua faccia. Persino il suo modo di vestire, il gesticolare lento e faticoso e il suo ciondolare risultavano malinconici.

«Sai, malgrado mi sforzi non ci trovo niente di romantico nel sapere che la mia vita terrena avrà lo stesso tempo concesso a John Keats. Lui era un grande poeta, le sue poesie saranno nei libri di letteratura, i suoi versi diventeranno immortali. Io chi sono?»

Fece una pausa come per riprendere fiato, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni per asciugarsi la fronte e continuò.

«E non mi consola sapere che ogni cosa non possa essere risolta, che non c’è una soluzione a tutto e bisogna accettare la morte come qualcosa di ineluttabile. Ci crediamo forti, quasi invincibili, godiamo delle nostre sicurezze e delle nostre piccole conquiste ma quando capiamo che siamo arrivati al capolinea cominciamo a tremare come bambini impauriti. E sai perché? Perché non siamo così coraggiosi come crediamo e di fronte all’evidenza della morte nessuno, nemmeno io sarei in grado di mantenere un atteggiamento positivo»

Ripose il fazzoletto in tasca e si accese una sigaretta.

Il tono della voce tradiva i suoi sforzi nel tentare di sorridere e pensai che non c’è niente di più tragico nella vita di un uomo che sapere esattamente il giorno in cui morirà. Ma in quel momento non trovai nessuna parola che potesse in qualche modo confortarlo, dargli una speranza o strappargli un sorriso. E d'altronde non ero lì per quello. Ognuno, in questa grande recita della vita ha un ruolo ben definito, ed il mio è solo quello di testimone.

«A volte mi chiedo quante poesie avrei potuto scrivere e quante ne avrebbe scritte Keats se avessimo avuto più tempo. Qualche anno in più… giusto il tempo di capire cosa è giusto fare. D’oro una penna datemi, e lasciate che in limpidi e lontane regioni sopra mucchi di fiori io mi distenda. Ci hai mai fatto caso? Il poeta è l’essere meno poetico fra tutto il genere umano, perché non ha identità… è sempre al posto di un altro, passa tutta la sua esistenza a riempire altri corpi e a tentare di suscitare sentimenti a lettori che non conoscerà mai. Secondo te quanti Caeiro avrei potuto essere se solo mi avessero concesso un po’ di tempo in più?»

«Non saprei dirlo» risposi «non ho risposte da darti»   

  In quel momento mi venne in mente il nostro comune amico Màrio de Sa-Carneiro e mi chiesi quante lettere avrebbe potuto scrivere e quali emozioni avrebbe potuto suscitare se non si fosse chiuso dentro quella stanza dell’Hotel de Nice in compagnia dei suoi amici parigini, infilato dentro il suo elegante abito da sera con le tasche piene di delusioni e non avesse inghiottito quella dose letale di stricnina. Quante poesie avrebbe potuto scrivere se non si fosse lasciato travolgere dai dubbi, dalle speranze perdute fra le cosce calde di prostitute e se non avesse deciso che era arrivato il momento di calare il sipario sulla sua recita nel teatrino della vita?

Beh, almeno lui aveva scelto quando e in che modo farla finita. Una fine tutta sua, messa in scena davanti un pubblico non pagante senza puttane e saltimbanchi, in compagnia solo di alcuni amici costretti a guardare, impotenti, la sua ultima recita.

E morire a venticinque anni. Come sarebbe toccato a Caeiro e come era toccato a Keats.

Mi venne da pensare che i poeti e i migliori amici di Fernando Pessoa muoiono tutti a quell’età.

Ed io li ho visti morire tutti.

  Ci sedemmo su una panchina. Caeiro alzò gli occhi al cielo a guardare la luna mentre la sigaretta gli si consumava fra le dita, la fronte si accaldava e la tosse che ci aveva accompagnato lungo tutta la nostra passeggiata diventava più intensa. La sera e l’oscurità portavano con sé una strana sensazione di teatralità e in lui la consapevolezza di essere solo un semplice attore in una tragedia scritta da altri.

E nella spartizione dei ruoli gli era toccata una parte che non avrebbe mai voluto recitare.

«Chi sono io?» sussurrò «sono forse la Mimì di Puccini, la Silvia di Leopardi, la Violetta Valéry di Giuseppe Verdi? Perché devo essere Alberto Caeiro? Sono un personaggio che non ha mai conosciuto suo padre e sua madre, che crede solo a quello che vede, che vive la sua vita in una vecchia casa di campagna insieme ad una vecchia zia, un uomo che non ha un Dio a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto e chiuderà la sua breve recita senza nessun applauso. Nato in un giorno trionfale sono destinato ad uscire di scena in una giornata qualsiasi e senza l'applauso del pubblico. C’è gente che muore tardi» aggiunse «io morirò in anticipo. Questo sono io, uno scherzo del destino, un inganno della mente»

  Restammo ancora un po’ seduti a parlare del più e del meno, di come le stelle possono confondere le rotte dei marinai e mi confessò che la luce della luna aveva il potere di rassicurarlo e che il rumore del vento gli faceva tornare alla mente la voce della vecchia domestica quando gli raccontava storie di fate e di madonne vestite da mendicanti che di notte andavano per le strade di Lisbona ad aiutare i bambini maltrattati. Ma quella sera non c’era niente di tutto questo: non c’erano Madonne né barboni, non si sentivano le urla di bambini e non c’era nemmeno un Dio con cui scambiare quattro chiacchiere. C’ero solo io.

Che ci facevamo li?

Me lo chiesi, eccome se me lo chiesi, ma come per tante altre domande che mi portavo appresso da anni, non trovai nessuna risposta. E a dir la verità non ce l’ho neppure adesso. L’unica cosa di cui sono certo è che c’ero!

Diede un ultimo tiro a quel che rimaneva della sigaretta e buttò il mozzicone per terra mentre dall'alto la luna illuminava i tetti delle case.

«La luna è Dio?» chiese guardandomi negli occhi «io non credo in Dio perché non l'ho mai visto. Se voleva che credessi in lui senza dubbio sarebbe venuto a bussare alla mia porta ed a parlare con me. Ma se Dio è gli alberi, se Dio è i fiori, la terra e questa luce della luna, perché dovrei chiamarlo Dio?»

Si aggiustò il cappello e tossì ancora una volta soffocato da un senso di calore che gli bruciava dentro il petto accompagnato dalla certezza di avere, nella messa in scena della commedia dell’esistenza, una parte irrilevante.

«Beh, si è fatto tardi» dissi «è arrivato il momento di tornare a casa»

«E’ arrivato il momento di partire» ribatté ed io pensai che forse aveva ragione Sofocle quando asseriva che la miglior sorte è non nascere.

 

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